Cecità di Saramago: il vero male non è la pandemia

Cecità di Saramago: il vero male non è la pandemia

Cecità di Saramago: il vero male non è la pandemia

La pandemia che ci siamo trovati improvvisamente ad affrontare a inizio 2020, dopo un anno, ancora accompagna e ostacola la nostra vita quotidiana e i nostri progetti. Stiamo imparando a convivere con una cosa che fin da subito ci è sembrata più grande di noi, anche se il timore del contagio persiste e spinge molte persone ad assumere atteggiamenti anche irrazionali, come riempire la propria dispensa di provviste come se fossimo in pericolo di guerra. È, questa, una vera e propria isteria che si è verificata anche anni addietro, durante altre pandemie che hanno sconvolto il mondo. 

Tutto ciò ha ispirato diversi scrittori nei loro racconti e romanzi, dai racconti della raccolta medievale The Canterbury Talesdi Geoffrey Chaucer, fino ai più recenti autori come Alessandro Manzoni con il suo romanzo I Promessi Sposinell’Ottocento e Cecità di José Saramago nel 1995.

Ma è nel romanzo di Saramago che sono indagati a fondo l’isteria e il senso di spaesamento, che spesso conducono l’istinto di sopravvivenza a prendere il sopravvento sulla parte razionale dell’uomo.

Cecità è un’opera che al suo autore è valsa il premio Nobel per la letteratura portoghese, ed è ambientata in una città di cui non si conosce il nome, iniziando nel momento in cui un automobilista, fermo al semaforo, d’improvviso diventa cieco. Tuttavia, il cieco non vede tutto nero, ma bianco. Un uomo che – con l’intenzione di rubargli l’auto – lo aiuta riportandolo a casa, viene contagiato a sua volta. Lo stesso accade alla moglie del primo cieco, ma anche al medico che lo visita. In una reazione a catena, grazie al minimo contatto, le persone vengono contagiate e contagiano di conseguenza, diventando decine, centinaia e poi migliaia di contagiati. Ma c’è una persona che non resta contagiata: la moglie del medico, la quale finge però di essere cieca per poter restare accanto al marito quando quest’ultimo, insieme ad altri ciechi, viene confinato in un edificio per prevenire ulteriori contagi.

 Nasce una sorta di comunità dei ciechi che, se da un lato tenta di organizzarsi per poter preservare un minimo di dignità, dall’altro viene anche soggiogata da gruppi di ciechi che confiscano il poco cibo che viene consegnato quotidianamente e lo distribuiscono soltanto in cambio di doni e di prestazioni sessuali da parte delle donne. Il lettore assiste così ad abusi, atti di violenza, stupri, ribellione, rivolte, e viene investito da una crudeltà di cui l’uomo si rende capace soprattutto nei momenti di anarchia e di debolezza. Non solo i militari trattano i ciechi come se non fossero più persone, ma anche tra gli stessi ciechi vi sono coloro che usano la forza sugli altri.

In questo romanzo il male viene presentato così com’è, senza veli, senza provare ad addolcire la pillola. Ma a questo male si contrappongono anche personaggi positivi, forti, soprattutto fra le donne, e proprio questi personaggi aiutano i più bisognosi d’aiuto a destreggiarsi in un edificio e in un mondo stravolto dalla paura, che non conosce più leggi, controllo e ordine. È un mondo primitivo, animalesco, dove soltanto i più forti e i più ingegnosi riescono a sopravvivere. 

Cecità, una descrizione così forte e cruda di una pandemia e del modo in cui l’uomo potrebbe reagire ad essa, può forse rappresentare uno strumento di guida, un modo per metterci in guardia dal male che potremmo avere dentro e tirare fuori nel momento in cui tutto ciò che conta è sopravvivere, salvarsi. Ma ci si salva davvero se lo si fa prendendo il sopravvento su chi è più debole? Per avere una risposta, leggete il capolavoro di Saramago.

artecultura

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